Biografia

Biografia_1

Nato nel 1968, Cesare Bedogné si laurea con lode in Matematica con una tesi sui fondamenti fisici e geometrici della Teoria della Relatività Speciale di Albert Einstein.

In seguito svolgerà attività di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia della Università di Helsinki, quindi al Dipartimento di Matematica della West London University, dove gli viene riconosciuta una borsa Maria Curie. É co-autore di alcuni lavori originali di ricerca nel campo dei Sistemi Complessi, pubblicati sul Physical Review e su Physica A.

Parallelamente agli studi scientifici, coltiva un vivo interesse per la letteratura e le arti visive (con particolare attenzione al cinematografo e alla fotografia), che poi finirà nel tempo per farsi preponderante. Al principio degli anni ’90, interrotti temporaneamente gli studi per seguire in Olanda la sua compagna Monique, aveva già allestito a Groningen la sua prima camera oscura, iniziando a lavorare al corpo d’immagini intitolato “Innerscapes”, permeato da una singolare ed epifanica poetica dello sguardo che non sarà estranea, negli anni a venire, anche al suo lavoro di cineasta e di scrittore:

A volte basta un raggio di luce in una stanza vuota; le ombre indistinte di uno specchio corroso, una finestra infranta. L’occhio viene assorbito da quella luce, si perde in quel vuoto in attesa, finchè essi sembrano quasi risponderti, con uno sguardo di rimando. Allora la luce e la sua purezza, la solitudine di un’assenza, sprofondano negli spazi più crepuscolari della psiche, trovano echi nelle camere della memoria, si riflettono nei molteplici specchi dell’anima. E lo sguardo si ricostruisce su questi echi, su quelle immagini riflesse, sino allo strano istante quando interno ed esterno, l’occhio e la cosa guardata, sembrano quasi dissolversi l’uno nell’altra. Allora tutto arde di una incandescenza misteriosa, nella dilatazione estrema dell’attimo: l’inquadratura non può essere che una, l’unica, necessaria. La fotografia è quello che rimane: cristallizazione d’interioritù psichica, precipitata nella gelatina d’argento”.

A partire dal 1996, le sue opere sono state esposte in svariate sedi espositive e museali in Italia e all’estero, tra le quali Ch’i Contemporary a New York, il Fotomuseum dell’Aja, Dagmar Schmidla a Colonia, Incantations a Genova e l’Istituto Italiano di Cultura di Atene. Ulteriori informazioni sono disponibili nelle pagine del sito web dedicato e nell’ampio catalogo “Della Cenere e del Vento/Of Ashes and Wind”. Il libro fotografico in alta qualità (750MB) può essere scaricato da QUI.

Nel maggio del ’97 Monique viene colpita da una forma rara di leucemia linfatica, che resisterà anche a un trapianto autologo di midollo osseo e la porterà alla morte l’anno successivo. Al suo ritorno in patria, Cesare Bedogné allestisce una nuova camera oscura nella “Casa dei Padri” ed inizia a lavorare alla serie che troverà forse i maggiori riscontri a livello internazionale (“Broken Images”, una citazione da T.S.Eliot), in un Sanatorio dismesso delle Alpi Italiane, dove – come scriverà in seguito – riconosce il proprio “paesaggio di desolazione, congelato in un silenzioso crepuscolo: la misteriosa nudità dove l’anima, sola, ritorna a sé stessa”.

Successivamente viaggia molto in Europa, in Nepal e in Sud America, lavorando anche alla serie “Leaving” (titolo che allude senza dubbio anche all’ultima partenza), quindi si trasferisce per tre anni in Inghilterra.

A conclusione del poco felice intermezzo accademico londinese, sceglie però deliberatamente di non conseguire un PhD ormai quasi acquisito e fugge in Grecia, prima in un remoto paesino dell’oriente cretese, poi in un villaggio di pescatori di Lesvos, dove dimorerà complessivamente per quasi un decennio, dedicandosi principalmente alla scrittura.

In questo periodo, rielaborando a più riprese i vecchi diari d’Olanda, conclude la stesura della sua prima opera narrativa, “Oltre l’Azzurro”, pubblicata nel 2012 dalla casa editrice no-profit ABao AQu, romanzo autobiografico nel quale si alternano in un montaggio quasi cinematografico prosa ritmica e poesia, e dove si dispiega “un tempo soggettivo, tutto interiore, quello dell’anima, dove il passato non si cancella ma dura riversando le sue ombre e le sue luci in un “infinito continuo”: riaffiorano così alla coscienza, rimettendosi in circolo nel flusso della vita, porti impazziti di luce e città grigie senz’anima, albe stupefatte e soli frantumati, frammenti di eternità e schegge di dolore, la Camera della Nostalgia e la Stanza delle Finestre Infrante… E, onnipresente, Monique, la ragazza delle brume, sorriso di farfalla, occhi di neve. Il protagonista vive dunque in questa dimensione atemporale, passando da uno stato di coscienza all’altro, assecondando di volta in volta il riemergere spontaneo e intermittente dei fantasmi che dalle stanze della memoria si riaffacciano alla sua coscienza e la abitano. Al narratore si aprono così spazi sconfinati dove fluisce un ininterrotto monologo e dialogo interiore: ricordi, nostalgie, evocazioni, libere associazioni, meditazioni; ed egli tutto registra fedelmente nella scrittura, come ubbidendo a un imperante dettato dell’anima” (dalla postfazione a cura di Anna Bordoni Di Trapani).

Questa opera narrativa sarà poi alla base dello spettacolo teatrale omonimo, prodotto sempre da ABao AQu, dal Teatro Bismantova di Castelnovo Monti e dall’Istituto di Musica e Liturgia di Reggio Emilia, una performance che intreccia corpo, voce e suoni di musica barocca, con la partecipazione di Maria Frepoli (attrice/danzatrice/coreografa), Emanuele Ferrari (editore di Abao AQu, voce narrante e autore del taglio teatrale) e dei musicisti Nadia Torreggiani (clavicembalo), Pietro Mareggini (flauti dolci barocchi) e Francesco Carraro (oboe) che eseguono composizioni di J.S.Bach.
Lo spettacolo, unitamente alle fotografie dell’autore e alle riprese girate a Lesvos con Maria Frepoli, sarà alla base del film “Storia per un Teatro Vuoto”, realizzato in collaborazione col regista russo Aleksandr Balagura, proiettato anche al London Greek Film Festival, che conseguirà svariati premi a livello internazionale; citiamo a titolo di esempio il Great Indian Film and Literature Festival di Nuova Dehli (Best Experimental Film ex-aequo, 2016), il Nuovo Festival del Cinema di Alghero (Best Experimental Film, 2017) e il New Renaissance Film Festival di Amsterdam (Best Experimental Film, 2018).

Negli anni immediatamente successivi, Cesare Bedogné realizza altri due lavori cinematografici “sperimentali”, che vengono pure onorati da molteplici riconoscimenti. Nel 2017 filma e monta in soli tre mesi il cortometraggio “Maria’s Silence”, vincitore fra gli altri del Concrete Dream Film Festival di Los Angeles (Best Avantgarde Film / Philippe Mora Award, 2018) e del AMIIWorkFest di Vilnius (Best Narrative Feature, 2018). Questo lavoro è stato presentato inoltre alla 69-esima edizione del Festival del Cortometraggio di Montecatini, all’Armenian Centre for Contemporary Art di Yerevan, all’Harlem International Film Festival di New York e all’Istituto Italiano di Cultura di Atene.

Sempre in collaborazione con Maria Frepoli, Bedogné lavora l’anno successivo al film “The Last Step of an Acrobat”, vincitore ancora del AMIIWorkFest di Vilnius (Best Film, 2019), del Festival de Largos y Cortos di Santiago del Cile (Best Experimental Short, 2019), e selezionato a sua volta in numerosi festival internazionali, tra i quali ricordiamo lo Scandinavian International Film Festival di Helsinki, la VI edizione di Cinemistica a Granada, lo Illambra Experimental Film Festival di Berlino, il Festival Les Rimbaud du Cinéma di Charleville nonché il prestigioso L’Europe Autour de l’Europe Film Festival di Parigi.

Nel frattempo, Cesare Bedogné lavora (con l’ausilio di traduttori madrelingua) a una versione inglese di “Oltre l’Azzurro”, ad oggi ancora inedita, e principalmente a tre nuove opere narrative, sempre di matrice autobiografica.
La prima di queste, “Ombre d’Europa”, è una raccolta di racconti brevi, a volte brevissimi, nei quali vengono rievocati i suoi primi vagabondaggi, nelle notti evanescenti di Norvegia o per i vicoli d’oltremare di Amsterdam, tra le malie segrete di Praga o nei suburbi irreali e sospesi di Londra: come tra gli spazi vacanti di una mappa ci si muove in queste novelle nella Terra Incognita di un’anima, quella dell’eterno viandante, irrequieto e trasognato, che come un grande occhio spalancato se ne va errando nel mistero delle cose e del tempo.
Peregrinazione spirituale che è anche alla radice di “L’ultimo viaggio di Albert Camus e altri taccuini”, opera che riproduce i diari scritti dall’autore in Patagonia e in Nepal; una lunga e intensa poesia dedicata a New York, dove si approfondisce il rapporto tra parola e immagine; e il saggio/racconto che dà il titolo all’opera (basato anche su un monologo dello scrittore francese, ripreso dal memoriale Συντροφιά με τον Καμύ di L. Katakouzìnou, e qui tradotto per la prima volta in italiano).

Intanto Cesare Bedogné seguita a più riprese a rielaborare una raccolta di prose liriche intitolata “Nessuno”, nella quale si condenseranno nel nitore di una scrittura nuda e compatta le esperienze di tutto un decennio greco. Citiamo ancora, a questo proposito, la quarta di copertina (questa volta a cura di Giacomo Montevaldi) della prima edizione del’opera:

Il racconto mitico del viaggio attraverso una Grecia allo stesso tempo coeva ed eterna, s’intreccia in queste brevi e concentratissime prose liriche a quello della morte del padre, dilatandosi a una straziata percezione della grecità come perdita ed esilio metafisico. Attraverso questi due motivi conduttori, e sotto il segno della metamorfosi, viene ordita una trama enigmatica di partenze, approdi, incontri sibillini e ritorni impossibili, dove ogni cosa sembra mostrarsi solo per svanire in un vento di luce, frangersi in una rifrazione improvvisa, trasfigurarsi in un’allucinazione di specchi, sul filo di un’essenziale ambiguità che ammette come unica certezza la rivelazione del mistero dell’immagine. Come in un’epigrafe di Plotino, in questi scritti, quasi letteralmente, l’anima è e diviene ciò che guarda“.

Questa raccolta, ampiamente riveduta dall’autore, troverà poi (grazie soprattutto all’interessamento e alla devozione metafrastica di Anna Papastavrou) una seconda edizione bilingue con testo a fronte, presentata per la prima volta all’Istituto Italiano di Cultura di Atene nel novembre del 2018.

Costretto da circostanze avverse ad abbandonare la Grecia, nel 2019 Cesare Bedogné si trasferisce a Genova, dove fonda con Sasha Balagura l’Associazione Culturale 28 Dicembre, dedicata alla promozione e valorizzazione dell’arte del cinematografo.
Accanto al regista russo, Bedogné è anche fondatore e direttore artistico di Flight/Mostra Internazionale del Cinema di Genova, in programma per il mese di ottobre del 2020.

Cesare Bedogné è stato anche membro della giuria nella quinta edizione del Berlin Revolution Film Festival (2021).

L’artista sta lavorando attualmente ad un nuovo romanzo breve, di prossima pubblicazione, e alla revisione di alcuni racconti ancora inediti.

(Testo a cura di Venanzio del Mare)